Il dolore sessuale
e la vulvodinia
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Il dolore sessuale
nella donna e la Vulvodinia
Nella
nostra società, alla Medicina, sempre più tecnologica e
superspecialistica, basata sull’evidenza dei numeri e su un’attenzione
quasi maniacale per la biochimica dei corpi, viene richiesto oggi di
ritrovare, in tutti i campi, quelle qualità di empatia e di calore proprie
dell’antico rapporto medico paziente; d’altra parte oggi l’OMS definisce
la salute come uno stato di completo benessere e non la semplice assenza
di malattia.
E’ contemplata l’alleanza Medico – Paziente con una partecipazione sempre
più attiva di quest’ultimo a cui è richiesta una maggiore attenzione ai
segnali del proprio corpo e alla loro decodifica perché possa diventare il
principale protagonista del proprio benessere o della propria guarigione.
Nel declinare al femminile questa nuova qualità di richiesta, quella del
Ginecologo sembra la figura maggiormente deputata. Si sconta però ancora
un ritardo di risposte per via di una formazione professionale limitata
tradizionalmente agli aspetti strettamente biologici. A meno di un
interesse particolarmente coltivato, spesso troviamo il Ginecologo
impreparato a cogliere, nelle richieste delle pazienti, quella aspirazione
di autonomia e libertà derivanti dal pieno esercizio della propria
sessualità.
D’altra parte, uguali ritardi li ritroviamo nella formulazioni di tali
richieste da parte delle donne stesse, fra le quali non è poi così
uniforme il livello della nuova coscienza del proprio femminile. Di più,
nel singolo soggetto che vive, magari pure in modo forte, questa nuova
coscienza è possibile ritrovare tra le pieghe dell’universo emotivo gli
echi potenti di antichi condizionamenti. Ancora oggi, nella trasmissione
dei messaggi tra adulti e bambini all’interno della famiglia, eventi
biologici come la prima mestruazione, il primo rapporto sessuale, il
parto, l’aborto, la menopausa vengono associati a dolore, perdita
soggezione, vergogna. Inoltre possono coesistere nelle singole pazienti
conflitti verso il sesso e la sessualità in generale che si manifestano
con fobie e sentimenti di colpa e/o paura della gravidanza, conflitto
circa la propria identità sessuale, deformazioni dell’immagine corporea.
D‘altra parte per i modelli comportamentali imperanti le pratiche
sessuali sono considerate alla stregua di oggetti di largo consumo. Viene
considerato legittimo ed auspicabile godere di una piena attività sessuale
quando non stigmatizzato come anormale chi non la pratica. Ciò non fa che
incrementare lo stato di intima sofferenza di quella importante
percentuale di donne, da taluni stimata prossima al 15% (1), che non
correla il sesso col piacere perché provano dolore nel fare l’amore e/o
convivono con una continua sensazione di disagio o di bruciore vulvare
fino a vedere seriamente compromessa la propria vita affettiva e di
relazione o, nei casi più estremi, la propria identità femminile fino all’autoesclusione
dalla vita sociale.
Molto spesso alla visita ginecologica convenzionale non si riscontra
nulla di obbiettivo: non infezioni, non traumi e tutti gli esami di
routine sono negativi. Queste donne debbono quindi arrendersi alla
sconfortante lettura sull’origine psicologica dei loro disturbi. “Un
inferno da vivere ogni giorno”, come cita la Dr.ssa Armocida, psicologa e
creatrice del primo sito web sulla Vulvodinia.
Sappiamo invece che non sono frigide, depresse o particolarmente
stressate, ma affette appunto da Vulvodinia, una patologia che fino a
pochi anni fa era misconosciuta e non ritenuta degna di particolare
interesse, in quanto i sintomi si presentano spesso in modo subdolo e
sfuggente.
Da sempre relegata fra i disturbi di ordine psicosomatico , misconosciuta
dai ginecologi e ignorata anche dai sessuologi, non se ne faceva cenno
nelle classificazioni dei disturbi sessuali e solo di recente è emersa
l’esigenza di comprenderne la patogenesi ed elaborare iter diagnostici e
approcci terapeutici adeguati. Alla Vulvodinia è oggi riconosciuta dignità
nosografica e una precisa collocazione scientifica con la dovuta
trattazione nelle sedi dedicate (congressi, riviste, ecc), quanto a
patogenesi, iter diagnostici e approcci terapeutici.
Recentemente l’interesse verso questa malattia ha coinvolto anche i
media; in un episodio della nota serie televisiva "Sex And The City" a
una delle protagoniste è stata diagnosticata la vulvodinia e trattata
secondo i noti protocolli. Susanne Kaysen ha pubblicato nel suo libro "Io
e Lei" la storia della propria esperienza con la malattia e i suoi sintomi
debilitanti.
In seguito alla diffusione del problema, è nata ed è attiva l’Associazione
Italiana Vulvodinia (AIV) con lo scopo di migliorare la qualità di vita
delle pazienti, indirizzarle nella scelta del Centro o del Professionista
in grado di trattare in modo competente la sindrome, organizzare gruppi di
auto tra donne, incoraggiare e sostenere progetti di ricerca per trovare
terapie sempre più efficaci.
La
storia della Vulvodinia
Per la prima volta nella letteratura ginecologica venne descritta nel 1880
da Thomas una "sindrome dolorosa vulvare" come "forma di eccessiva
sensibilità delle fibre nervose deputate all’innervazione della mucosa
vulvare, confinata al vestibolo e talora a un piccolo labbro".
Un’ analoga situazione fu descritta da Skene nel 1888 questa malattia è
caratterizzata da ipersensibilità della vulva: "quando le dita toccano le
parti iperestesiche la paziente lamenta dolore cosi forte che piange".
Per tornare a parlare di questa sindrome bisogna aspettare il 1928 quando
Kelly descrive "aree di arrossamento particolarmente sensibili localizzate
a ridosso dell’anello imenale".
Per i successivi 50 anni non ne viene più fatto cenno nelle sedi
accademiche e solo nel 1975 al congresso mondiale di vulvologia viene
descritta come la sindrome della "vulva che brucia".
La definizione attuale della vulvodinia secondo ISSVD e pubblicata nel
2004 è: "fastidio vulvare, spesso bruciore ,in assenza di alterazioni
visibili, o di problematiche neurologiche".
Cosa si intende per Vulvodinia?
L’Associazione
Italiana Vulvodinia così la descrive: "una sensazione dolorosa cronica che
interessa la regione vulvare. Il fastidio può essere descritto come
bruciore, dolore, irritazione, sensazione di gonfiore o arrossamento. Tra
i problemi ginecologici che possono causare dolore vulvare vanno esclusi:
infezioni, dermatiti, lichen scleroso, esiti di trauma e lesioni
pre-tumorali o tumorali. Se il disturbo dura da più di tre mesi e dalla
vulvo-scopia e dagli esami di laboratorio non si evidenziano elementi
alterati, si pone diagnosi di Vulvodinia".
Si distinguono due forme principali di vulvodinia: Localizzata o
vestibulodinia, in cui il dolore è localizzato all’ingresso della vagina
in cui prevale il dolore alla penetrazione e al contatto per sfregamento.
E’ di gran lunga la forma più diffusa (80 % dei casi).
Generalizzata che interessa in maniera diffusa la vulva e può irradiarsi
all’ano e alle gambe. La pressione sulla vulva accentua il dolore.
In entrambi i casi il sintomo può comparire in assenza di contatto
sessuale o non sessuale.
Cause della Vulvodinia
E’ considerata l’ipotesi di una predisposizione genetica ad
un’eccessiva risposta agli stimoli infiammatori; può essere presente una
dermatite atopica con intolleranza ai farmaci applicati localmente fino al
punto da riportare un drastico peggioramento della sintomatologia. Quasi
sempre nella storia clinica della paziente viene riferito come causa
scatenante episodi ripetuti di candidosi e infezioni della vescica
recidivanti. Abitudini inappropriate quali pantaloni aderenti, slip, body,
collant facilitano il contatto prolungato delle secrezioni vaginali a
livello vulvare favorendo irritazioni croniche.
In molte di queste pazienti si registra un abbassamento della soglia del
dolore a livello centrale; tale disposizione amplifica i segnali dalla
periferia con l’attivazione di risposte emotive quali ansia e paura e
neurovegetative come l’ipertono muscolare. E’ frequente che si manifestino
sintomi psicosessuali quali mancanza di desiderio con scarsa
lubrificazione o dispareunia per l'ipertono dei mm del pavimento pelvico.
A volte in anamnesi sono presenti traumi a livello vulvo-perineale dovuti
a cadute accidentali, esiti cicatriziali di suture di episiotomie o
lacerazioni da parto. Più frequentemente ci troviamo di fronte a una
storia di ripetuti trattamenti fisici come laser o diatermocoagulazione
per la terapia di condilomatosi. In questi casi si suppone che gli effetti
arrivino troppo in profondità causando un danno alle terminazioni nervose
del dolore.
Nelle
donne affette dalla malattia il nervo pudendo che interessa il vestibolo
vaginale e la vulva presenta fibre aumentate per volume e numero
configurando il quadro di una neuropatia periferica.
Terapia
A tutt’oggi non esiste una terapia standardizzata della vulvodinia; data
la multifattorialità della sindrome, qualsiasi intervento deve essere
calibrato sulla singola paziente e può coinvolgere più figure
professionali contemporaneamente o in tempi successivi. Al Ginecologo il
compito di avvalersi e modulare di volta in volta i contributi di urologo,
anestesista, chirurgo plastico, fisioterapista, dietologo, sessuologo per
eliminare i sintomi e migliorare la qualità della vita della paziente.
Il rapporto che si stabilisce tra medico e paziente è fondamentale: nel
colloquio il medico si pone in ascolto con un atteggiamento non direttivo
ma empatico e la donna può liberamente esprimere i suoi vissuti senza
paura di essere giudicata. Trovare chi da senso e credibilità al racconto
delle proprie sofferenze è già il primo passo verso la guarigione. Compito
del ginecologo è quello di spiegare alla paziente le complesse origini
della malattia e, nel rispetto della specificità di ognuna calibrare i
vari momenti terapeutici. Questi spaziano dalle norme igieniche e
comportamentali mirate ad eliminare, per quanto possibile, i fattori
locali irritanti fino alle diete a basso contenuto di ossalati.
E’ altresì previsto l’uso di farmaci quali gli anticonvulsivanti e gli
antidepressivi triciclici per trattare la neuropatia periferica.
Per il trattamento di quest’ultima, in base ai più recenti studi del Dr.
F. Murina, Direttore scientifico dell’Associazione Italiana Vulvodinia, è
risultata di particolare efficacia la tecnica TENS (Elettrostimolazione
antalgica).
Nei casi più gravi e resistenti a ogni tipo di terapia sono previste varie
tecniche di blocco del nervo pudendo con l’interevento dell’anestesista.
Più specificatamente, nella terapia della vulvovestibolite, ci si avvale
di infiltrazioni locali con anestetici e cortisone, utili in caso di
dolore intenso ma localizzato. Ridimensionato l’uso dell’interferone, per
la presenza di importanti effetti collaterali, si sono ottenuti buoni
risultati con il botulino, per ridurre l’ipertono dei mm perineali che
molto spesso è presente in questa malattia e contribuisce in modo decisivo
al mantenimento dei sintomi.
La vestibulectomia, totale o parziale, tecnica di ablazione chirurgica su
cui in un primo tempo si erano riposte molte speranze è stata quasi
completamente abbandonata per la notevole invasività e a fronte
dell’elevato rischio di insuccesso e di complicanze.
Un capitolo a parte riguarda la terapia psicosessuale che può risultare
assai efficace in molti i casi di vulvodinia per la frequente
associazione, in queste donne, di esperienze sessuali traumatiche o
negative che hanno generato fobie, blocchi energetici e conflitti verso il
partner. Con gli esercizi di Kegel, da praticare sul lettino ginecologico,
la paziente impara a riconoscere lo stato di tensione cronica dei mm del
perineo e apprende a contrarli e a rilassarli volontariamente.
Successivamente si praticherà lo stretching del pavimento pelvico
associato al movimento ritmico del bacino e a una respirazione rilassata e
consapevole. In questo modo il corpo si libera, le tensioni accumulate nel
bacino si sciolgono, e si possono avvertire sensazioni piacevoli a livello
della vulva, invertendo la consuetudine al dolore e modificando cosi il
vissuto corporeo.
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